IL RETAGGIO DELLA RIFORMA RADICALE

 
 

 

3 – Sovranità popolare

 

La desacralizzazione dell’autorità politica contribuì ad affermare l’idea che essa dovesse essere controllata dal popolo. Zwingli e Bullinger furono i primi, tra i Riformatori, a sostenerlo, spingendosi a legittimare il diritto di resistenza e di rivolta dei cittadini contro gli arbitrii e gli abusi dei magistrati. Théodore de Bèze, collaboratore di Calvino nella formazione dei pastori e suo successore, legittimò la resistenza a un potere politico ingiusto da parte dei “magistrati inferiori” nei casi evidenti di tirannia, poiché la “giusta resistenza con le armi non è contraria né alla pazienza né alle preghiere dei cristiani” (Du droit des magistrats sur leurs sujets, 1574).

 

Nel 1581, la Dichiarazione d’indipendenza della Repubblica delle sette Province Unite (protestanti) affermò che “i sudditi non sono stati creati da Dio per esclusivo vantaggio del principe, […]. È invece il principe che esiste in funzione dei sudditi, senza i quali non potrebbe esser principe, al "fine di governare secondo diritto e ragione.”

 

 

Contro il potere assoluto del re

Nel febbraio 1649, meno di due settimane dopo l’esecuzione del re Carlo I, il poeta John Milton (1608-74) pubblicò I diritti dei re e dei magistrati per giustificare l’azione del Parlamento e difendere il governo contro chi condannava il regicidio. Milton sosteneva, citando numerosi passi biblici, che il Parlamento aveva il diritto di giudicare e condannare il re, perché “il potere di re e magistrati non è altro che soltanto derivato, trasferito e affidato loro per il bene comune dal popolo […] al quale tuttavia appartiene fondamentalmente il potere, che non può essergli tolto senza violazione del suo diritto naturale e nativo.”

L’idea che fosse possibile rimuovere chi non governa “per il bene comune dal popolo” servì poi a legittimare la rivolta delle colonie inglesi del Nord America:

 

 

2017 – 03 - 01