Comunità islamica ed estremisti islamici

 

Perfino per i credenti che si augurano l’instaurazione di un Califfato, quello guidato da Abu Bakr Al-Baghadi non ha alcuna legittimità, l’avanzata dei suoi combattenti non è nient’altro che un «land-grabbing», un furto di terre, come spiega Reza Pankhurst in una recente intervista.

 

Storico e politologo specializzato nei movimenti islamici, anni di carcere sotto il regime di Mubarak, un prigioniero di coscienza per Amnesty International, a lungo tenuto d’occhio dai servizi segreti inglesi, Reza Pankhurst è autore di «The Inevitable Caliphate?» (Hurst 2013), un libro che ricostruisce la storia della battaglia per un’unione islamica globale dal 1924 a oggi, come recita il sottotitolo.

 

Membro dell’Hizb ut-Tahrir, un movimento islamista transnazionale fondato nel 1953 che mira, per l’appunto, alla restaurazione del Califfato, Reza Pankhurst dice chiaro e tondo che il Califfato di Abu Bakr Al-Baghdadi non ha legittimità perché fondato solo sull’uso della forza militare, perché privo di consenso, perché alimenta il settarismo e le divisioni tra i musulmani anziché la fratellanza e l’unione.

 

Che il gruppo di guerriglieri di al-Baghdadi sia figlio di una «rottura» del fronte qaedista è noto, così come è nota la spaccatura creatasi con la leadership di Ayman Al-Zawahiri, il medico egiziano che sin dall’età di 15 anni sognava la creazione di quell’«avanguardia dei pionieri» descritto nei testi del pedagogista Sayyd Qutb.

 

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