Vent’anni fa il genocidio in Ruanda

 

Nonostante le informazioni in suo possesso, Washington votò per il ritiro delle forze Onu Ruanda.

Un genocidio previsto: un rapporto americano rivela: «Il Pentagono sapeva che sarebbe finito in massacro»; le barricate non furono una sorpresa, la caccia all' uomo nemmeno. Le stragi etniche che portarono alla morte di 800 mila tutsi e qualche hutu moderato, potevano essere fermate in tempo.

Non era solo l' Onu ad essere stata inutilmente avvisata che in Ruanda si pianificava un genocidio.

Anche Washington sapeva. E anche Washington preferì il disimpegno.

Un rapporto, a lungo nascosto negli archivi della Sicurezza nazionale, rivela adesso l' indifferenza dell' amministrazione americana di fronte all' ecatombe preparata dagli estremisti Hutu e qualcosa di più.

Secondo il documento, un allarme arrivò all' indomani dell' attentato aereo in cui morì il presidente Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994. Al sorgere delle barricate, un funzionario del Pentagono avvertì il sottosegretario alla Difesa Frank Wisner: «O si riesce a convincere le due parti (hutu e tutsi, ndr) a rientrare nel processo di pace o ci sarà un bagno di sangue che potrebbe estendersi anche al Burundi».

Nel Paese si trovavano 2.500 Caschi blu. Il loro comandante, il generale canadese Romeo Dallaire, lanciava messaggi disperati da tempo. Ma i diplomatici americani anziché insistere per un rafforzamento del dispositivo militare, si pronunciarono per un «ritiro ordinato» della Minuar, la missione dell' Onu.

Gli estremisti hutu diedero il via alle stragi. Il 9 aprile il dipartimento di Stato Usa inviò un telegramma confidenziale con il quale ordinava alla missione americana presso le Nazioni Unite di impegnarsi per lo smantellamento del contingente multinazionale.

Non c'era città, villaggio, quartiere dove le FAR, le ex forze armate ruandesi, assieme agli Interahamwe, la Guardia presidenziale, non avessero trasmesso l' ordine di sterminio.

Secondo l' amministrazione Clinton, invece, «non c' erano ragioni sufficienti» per mantenere una forza di pace.

Il 21 aprile il Consiglio di Sicurezza dell' Onu votò a favore del ritiro. La MINUAR sloggiò.

Da lì al mese di luglio, 100 giorni in tutto, si consumò uno dei peggiori genocidi del secolo.

Nuovamente gli Usa. Il 28 aprile 1994 - rivela il rapporto - Prudence Bushnell, vice assistente del segretario di Stato per gli Affari africani, telefonò al ministro della Difesa ruandese, il colonnello Theoneste Bagosora. «Sappiamo che l' esercito ruandese è impegnato in atti criminali, che sta sostenendo il massacro dei civili», diceva l' americana. Risposta del colonnello: l' uccisione dei tutsi è opera della popolazione. Nessun aiuto da parte del governo ad interim, controllato dagli estremisti Hutu, che si era installato dopo la morte di Habyrimana.

Prudence Bushnell è oggi ambasciatrice in Guatemala.

Theoneste Bagosora - detenuto nel carcere di Arusha in Tanzania - è uno dei principali accusati del tribunale Onu per il Ruanda: la «grande mente» del genocidio.

Perché gli Usa lasciarono il Ruanda al suo destino? La «sindrome somala», si disse all' epoca. L' intervento a Mogadiscio, i marines uccisi e trascinati nelle vie della città, il ritiro catastrofico del contingente Onu dalla Somalia all' inizio del 1994, avevano tracciato una linea sull' era del «peace keeping». Si era spento l' ottimismo occidentale e vacillava anche l' idea di un nuovo ordine mondiale sotto garanzia americana.

Ma in Ruanda qualcosa poteva comunque essere fatto e gli Stati Uniti si rifiutarono. Si discusse, per esempio, sull' uso di «Commando solo», aerei militari che avrebbero potuto bloccare le trasmissioni di Radio Milles Collines, l' emittente dalla quale gli estremisti Hutu incitavano la popolazione a «riempire le tombe di scarafaggi tutsi». Frank Wisner bocciò la proposta: inutile e troppo rischioso. Nonostante il genocidio, la guerra fu vinta dai Tutsi. Da un uomo in particolare, l' attuale presidente Paul Kagame, ex guerrigliero cresciuto in Uganda con corsi d' addestramento negli Stati Uniti.

Washington ha riallacciato presto i rapporti con lui: gli ha fornito intelligence e tecnologia tra il 1996 e il 1997 quando il Ruanda ha creato le armate di Kabila in Zaire per ripulire i campi dove erano fuggiti gli estremisti Hutu e defenestrare l' ex presidente Mobutu.

L' operazione è riuscita solo in parte: Mobutu è stato cacciato ed è poi morto, ma la guerra non è finita. Continuano anche gli assalti dei miliziani hutu. Vecchie e nuove reclute. Proprio ieri l' Unicef ha annunciato che l' esercito ruandese ha «liberato» centinaia di ragazzini tra i 10 e i 18 anni, arruolati dagli ex «génocidaire».

 

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