«L’ANTICO NEL NUOVO» : L’EVANGELO SECONDO GIOVANNI

E LA SUA COLLOCAZIONE NELL’UNIVERSO EBRAICO

 

“Quando la maggioranza della gente si imbatte nel termine «cristianesimo»

pensa ad una religione del tutto separata dall’ebraismo.

Questa è una rappresentazione errata per ciò che riguarda almeno

il primo secolo della cosiddetta «era volgare» durante il quale il cristianesimo

altro non era se non un gruppo interno all’ebraismo”

 

(CROSSAN, J.D. The Birth of Christianity, Harper, San Francisco, 1998)


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1. Introduzione

 

Per lungo tempo, specie nei diversi ambiti ecclesiastici, la tesi dominante relativa alle origini del cristianesimo, più ideologica che storica, era quella secondo cui l’ebraismo costituiva appena un fenomeno dal quale la nascente religione cristiana prese radicalmente le distanze. Con l’evoluzione delle discipline storiche ed esegetiche, è andata sempre più affermandosi la consapevolezza relativa al fatto che, in realtà, non è possibile comprendere realmente il cristianesimo e la stessa predicazione di Gesù da cui esso ebbe origine, senza inserirlo nel contesto culturale e religioso di quell’ebraismo di cui esso, per lungo tempo, non rappresentò se non una corrente.

In particolare per ciò che attiene all’evangelo secondo Giovanni, in buona misura sino ad oggi, è invalsa l’idea secondo cui tale testo rappresenterebbe la chiara testimonianza di un definitivo distanziamento del cristianesimo nascente dalle sue radici ebraiche. È quanto cercheremo di sconfessare nell’ambito di questo nostro studio che, nel tentativo di evitare che la questione dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo delle origini venga affrontata in astratto, intende mettere in luce come anche l’ultimo (a livello temporale) dei vangeli canonici sia ancora profondamente intriso di elementi propri di quella tradizione ebraica da cui anch’esso trae linfa.  

 

2 - Un ebraismo non ortodosso

 

Il cosiddetto Quarto Vangelo è un testo estremamente complesso e la sua analisi obbliga chi intende accostarvisi ad una progressiva dimestichezza con i suoi contenuti ed il suo linguaggio. Oggi proveremo ad avvicinarlo attraverso l’analisi del primo degli episodi che esso menziona immediatamente dopo il Prologo: quello in cui viene presentato Giovanni, detto «il battista» (letteralmente: «l'immergitore»). Come di consueto, prendiamo le mosse dal testo, che poi analizzeremo e commenteremo.

 

 

 

 

Gv 1:19-28 (La testimonianza di Giovanni)

19 E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei inviarono presso di lui, da Gerusalemme, sacerdoti e leviti, perché gli domandassero. «Tu chi sei?»

20 E riconobbe, non negò, e riconobbe: «Io non sono il cristo»

21 E gli domandarono: «Chi, dunque? Sei tu Elia?» E dice: «Non sono». «Sei tu il profeta?». E rispose: «No»

22 Gli dissero dunque: «Chi sei? Per dare una risposta a quanti ci hanno inviati. Che cosa dici di te stesso?»

23 Rispose: «Io, voce che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore, come disse Isaia il profeta» [Isaia 40:3]

24 E vi erano inviati dai farisei

25 E lo interrogarono e gli dissero: «Perché, dunque, immergi, se tu non sei il cristo, né Elia, né il profeta?»

26 Rispose loro Giovanni, dicendo: «Io immergo in acqua. In mezzo a voi è stato chi voi non conoscete:

27 colui che viene dietro di me, del quale non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo» 28 Queste cose avvennero in Betania, al di là del Giordano, dov'era Giovanni ad immergere

 

Testo tanto breve quanto complesso. Prima di analizzarlo nel dettaglio, alcune brevi annotazioni di carattere linguistico: il linguaggio utilizzato dal redattore consta di pochi termini, che spesso (specie per ciò che attiene ai verbi) si ripetono.

Ciò fa supporre una conoscenza, per così dire, elementare della lingua greca (lingua in cui il testo è scritto) da parte dell'autore.

Oltre a ciò, la struttura del periodo sembra seguire la sintassi utilizzata dalla lingua ebraica, che pone quasi sempre ad inizio frase il verbo, a precedere il soggetto (con il verbo, nella versione greca, iniziano tutti i versetti, dal 21 al 26): quando accade l'inverso, solitamente, la funzione attribuita al soggetto è enfatica (ovverosia, lo si vuole mettere in particolare evidenza: si vedano, ad esempio, le parole di Giovanni il battista al versetto 23). Infine, la struttura del periodo è paratattica (ovvero, composta di frasi tra di loro coordinate -e...e- ) anziché, come di norma prevede la sintassi greca, ipotattica (ovverosia, costruita con proposizioni cosiddette «subordinate» rispetto alla principale).

 

 

Tutto questo è detto per avvalorare l'ipotesi sostenuta da alcuni esegeti, secondo cui il Quarto Evangelo venne redatto in un contesto di cultura profondamente ebraica (anche se appartenente ad un ebraismo eterodosso, svincolato dal giudaismo gerosolimitano del tempio, di matrice sacerdotale) e non, come affermato da altri, di stampo ellenistico. Per suffragare tale ipotesi, il nostro testo ci fornisce altri due dati significativi:

  1. Il primo di essi possiamo ricavarlo dal versetto 19, che menziona quali «mandanti» di tale «interrogatorio» sacerdoti e leviti, ovverosia esattamente le figure legate al tempio gerosolimitano, presentate (correttamente) in opposizione con il movimento profetico al quale tento il Battista (che non a caso, qui, riprende le parole di Isaia), quanto Gesù appartenevano: è questa classe politico-religiosa quella contro cui (lo vedremo) il Quarto Evangelo scaglia le sue polemiche.
  2. Il secondo elemento lo troviamo in coda al nostro passo, al versetto 28: qui l'autore del testo ci informa che Giovanni si trovava a battezzare presso Betania, «al di là del (fiume) Giordano». Alla luce delle attuali scoperte archeologiche, l'unica Betania di cui si hanno notizie è quella situata in Giudea, nei pressi di Gerusalemme. Secondo alcuni esegeti (ad esempio Wengst -opera citata in bibliografia, pag. 86-) l'autore del Quarto Evangelo voleva riferirsi alla Betanea, regione limitrofa al Giordano e situata al nord della Giudea. In questi territori di cultura e tradizione religiosa ebraiche, ma di un ebraismo dissidente, «non allineato», potrebbe essere rinvenuto il retroterra della comunità giovannea e del suo redattore. Ciò spiegherebbe anche l'appartenenza sia del Battista che di Gesù a quella tradizione che l'esegeta inglese Herzog definisce «minore» in seno all'ebraismo e che rimonta ai profeti del nord, refrattari al tempio ed alla sua classe sacerdotale, provenienti da un contesto rurale che aveva recepito in maniera diversa le Scritture sacre e ne aveva tratto un'interpretazione socialmente sovversiva.
  3. Torneremo su queste ipotesi: ciò che conta, al momento, è individuare alcuni indizi che potrebbero rafforzare la tesi secondo cui l'evangelo giovanneo sia stato redatto nel contesto di un ebraismo non ortodosso, probabilmente in una regione limitrofa alla Giudea, ove si era sviluppata una tradizione parallela (e per alcuni versi alternativa) al giudaismo del tempio.

 

 

Excursus I: il quarto vangelo e le tradizioni ebraiche

 

Va sottolineato con forza come il quarto vangelo non possegga in alcun modo una prospettiva marcatamente antigiudaica: il conflitto che esso presenta riguarda i rapporti tra Gesù e la classe sacerdotale legata al tempio di Gerusalemme, non quelli tra Gesù e gli abitanti della Giudea, poiché alcuni di essi accolgono il suo messaggio e credono che sia egli il messia mandato ad Israele (cfr., ad es., Gv 8:30; 10:42). Le critiche che il quarto vangelo rivolge, pertanto, riguardano da un lato la (presunta) ortodossia sadducea e, dall'altro, le commistioni e le collusioni di quest'ultima con il potere. Il vangelo giovanneo mostra, senza alcun dubbio, una conoscenza profonda delle tradizioni ebraiche, che esso reinterpreta alla luce di correnti appartenenti all'ebraismo cosiddetto eterodosso (ovverosia non conforme all'ortodossia, “non allineato”), quali, ad esempio, quella di matrice samaritana o quella rimontante al movimento di Giovanni il Battista. Anche l'ebraismo, difatti, è un fenomeno religioso, quindi culturale, quindi necessariamente plurale nel suo dispiegarsi storico e nel suo progressivo strutturarsi e differenziarsi in interpretazioni sovente distinte

 

 

3. La parola al testo: quel che Giovanni non è

 

  • Passiamo ora ad analizzare il testo più nel dettaglio. Sin dall'inizio viene esplicitato il fatto che quella resa da Giovanni è una testimonianza (in greco martyrìa): ciò lascia intendere che quanto egli dirà affermerà qualcosa di qualcuno. Questo è il quadro entro cui vanno interpretate la figura di Giovanni e le sue parole nell'ambito del Quarto Vangelo: lo si può intendere sin dal prologo (testo estremamente complesso, che ritengo debba essere esaminato e meditato non all'inizio, come molti fanno, di uno studio dell'evangelo giovanneo, ma, semmai, alla fine), laddove, al versetto 15, viene sottolineato proprio il fatto che quella resa da Giovanni sia, appunto, una testimonianza.
  •  Tale testimonianza è resa dinanzi a sacerdoti e leviti, esponenti dell'aristocrazia del tempio gerosolimitano, i quali, poi, rappresenteranno all'interno dello scritto gli autentici antagonisti di Gesù, proprio per il fatto che non daranno credito a questa testimonianza. Coloro che li inviano ad interrogare Giovanni, però, sono i Giudei: inutile sottolineare come di tale termine si debba dare un'interpretazione attenta ad evitare quell'antisemitismo che assai spesso è scaturito da una lettura fuorviante del Quarto Vangelo. Ce ne occuperemo più dettagliatamente nel corso di uno studio successivo: per ora ci bastino gli indizi acquisiti, secondo cui, con buone probabilità, l'autore del testo è un ebreo di tradizione non giudaica che, pertanto, non condivide la prospettiva propria del giudaismo
  • Ebbene, qual è la testimonianza resa da Giovanni? Anzitutto, una testimonianza, per così dire, «negativa»; egli dice, infatti: «Non sono io il cristo» (v 20b). Il redattore sottolinea come questa però non sia una negazione, bensì un atto di riconoscimento (v 20a). Tenendo conto del fatto che l'autore del Quarto Evangelo scrive alla sua comunità, è plausibile immaginare che all'interno di quest'ultima non fosse ancora del tutto chiaro il significato rivestito dalla persona del Battista, né risultasse definitivamente configurato il suo rapporto con Gesù. Non sembra azzardato supporre che, all'interno della comunità «giovannea», alcuni membri fossero convinti che il messia fosse il Battista e non Gesù. Di qui la necessità del redattore di mettere in chiaro sin dall'inizio quale sia, a suo giudizio, la prospettiva corretta. Anche l'artificio letterario utilizzato risulta assai efficace: chi afferma di non essere il cristo è lo stesso Battista, fugando così ogni dubbio al riguardo.
  • In risposta a tale dichiarazione, giungono le domande di sacerdoti e leviti: in un primo momento, essi domandano al Battista se egli sia Elia redivivo. Nell'evangelo secondo Matteo è Gesù stesso a compiere tale affermazione («E, se volete accoglierlo, egli è Elia, quello che sta per venire», Mt 11:14), la quale riprende quanto detto dal profeta Malachia («Ecco: Io invierò il profeta Elia prima che venga il giorno grande e terribile del Signore», Mal 3:23): tutta questa tradizione si rifà al rapimento di Elia in cielo mentre era ancora in vita, proprio presso il fiume Giordano (dove poi predicherà ed opererà il Battista), raccontato nel primo libro dei Re (I Re 2:1-11). Eppure, qui, Giovanni nega di essere l'Elia redivivo annunciato dal profeta Malachia.
  • La seconda domanda dei sacerdoti e dei leviti è: «Sei tu il profeta?». Con ogni probabilità il riferimento è alle parole pronunciate da Mosè nel libro del Deuteronomio: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: e a lui darete ascolto» (Deut 18:15). Anche questa, così come quella di Elia, rappresentava una figura messianica attesa da Israele prima della fine dei tempi: ma Giovanni nega di essere tale figura, anche perché aveva sin dall'inizio negato espressamente di essere il cristo (traduzione greca dell'ebraico mashiah, «messia», «unto»). L'intento del redattore è portato a termine dallo stesso Battista: egli, a suo stesso dire, non è il messia che Israele attende.
  • Adesso i sacerdoti ed i leviti chiedono di poter portare una risposta a quei Giudei che li hanno inviati: «A loro che ci hanno inviati, che cosa dobbiamo dire? Che cosa dici di te stesso?». Qui Giovanni fornisce una risposta: «Io, voce che grida nel deserto: Raddrizzate la via del Signore». L'autore, volutamente, omette il verbo, per non far pronunciare al Battista quell'«Io sono» che, in tutto il vangelo, sarà il solo Gesù a pronunciare. Poi prosegue con alcune parole tratte dal profeta Isaia (Is 40:3), che sono riportate anche dalla tradizione sinottica (Mc 1:3; Mt 3:3; Lc 3:4). Egli è qualcuno che annuncia e che chiama chi lo ascolta alla conversione: ma coloro che gli domandano, non lo ascolteranno.
  • Nel citare Isaia l'evangelista si discosta dalla versione propria dei sinottici, che riporta, letteralmente: «Preparate (etomàsate) la via del Signore», traducendo: «Raddrizzate o Spianate la via del Signore». In questo il redattore si dimostra più fedele al testo ebraico e sembra non seguire (a differenza dei sinottici) la cosiddetta Settanta (traduzione greca della bibbia ebraica, in uso presso l'ebraismo di estrazione culturale ellenistica). Anche questo dato ci consente di inferire che, con buone probabilità, l'autore conosceva bene tanto le tradizioni quanto la lingua ebraica in cui erano redatti i testi sacri.

 

 

 

4. «Colui che viene dietro di me»

 

  • Al versetto 24 il nostro testo fa comparire sulla scena dei protagonisti fino ad ora non menzionati: ad interrogare Giovanni sono adesso alcuni uomini inviati dai farisei. Prima di procedere oltre nella lettura e nell'analisi del testo, conviene soffermarsi brevemente su alcuni dati relativi a questo gruppo, per cercare di comprendere i motivi per i quali l'autore del Quarto Evangelo li menziona esplicitamente.
  • La domandaposta a Giovanni dagli inviati dei farisei è chiara e diretta: «Se non sei il messia (in tutti i sensi in cui tale espressione può assumere) perché battezzi?». Dietro questa domanda si deve provare a leggere, una volta ancora, la situazione in atto all'interno della comunità giovannea: se Giovanni non era il messia, devono sostenere alcuni, allora perché amministrava il battesimo come gesto di conversione che anticipava la venuta degli ultimi tempi? E perché lo stesso Gesù avrebbe accettato il battesimo per sua mano? Ancora una volta, è plausibile arguire che all'interno della comunità giovannea non erano chiari né il significato della persona del Battista, né la sua relazione con Gesù di Nazaret (che l'autore del Quarto Evangelo intende chiarire esponendola nei termini di una chiara «sudditanza», spontaneamente riconosciuta dallo stesso Giovanni).Questo è comunque il primo versetto (v 25) in cui il nostro testo esplicita che Giovanni battezzava, anche se il nostro brano era già iniziato al v 19: probabilmente gli uditori già erano a conoscenza dell'attività di Giovanni.
  • Giovanni risponde alla domanda (come spesso accade all'interno del Quarto Evangelo) in modo indiretto ed apparentemente evasivo: «Io battezzo con acqua»; che è un po' come dire: «Io, colui che viene dietro di me e che si trova in mezzo a voi, lui no». Vedremo che cosa ciò possa significare quando analizzeremo più nel dettaglio l'episodio del battesimo di Gesù così come viene narrato all'interno del Quarto Vangelo. Prosegue Giovanni: «In mezzo a voi sta colui che non conoscete»: il conoscere o meno Gesù costituirà una delle tematiche nevralgiche dello scritto giovanneo. Non lo conosce chi non gli presta ascolto e non lo ri-conosce come messia, come il cristo: e a non riconoscerlo, a non accoglierlo, sono anzitutto i suoi, coloro in mezzo ai quali egli sta (si veda in proposito il Prologo, Gv 1:11).
  • Conclude Giovanni: «Colui che viene (letteralmente) dietro di me». Il termine greco è opìso e, in senso stretto, ha un significato spaziale e non (direttamente) temporale: l'autore doveva saperlo bene e lo usa, assai probabilmente, di proposito. Gesù (qui ancora non nominato) è colui che «viene dietro» Giovanni: e ciò, più che indicare una successione nel tempo, potrebbe alludere al fatto (probabilmente noto ai membri della comunità giovannea e a buona parte delle comunità proto-cristiane dell'area palestinese) che Gesù, al principio della sua attività pubblica, fu discepolo (colui che «va dietro») di Giovanni. Ma ciò, a giudizio dell'autore, non impedisce che fosse questi (e non Giovanni) il messia.