IL RETAGGIO DELLA RIFORMA RADICALE

 
 

 

Libertà religiosa: il principio per cui ognuno ha diritto di professare qualsiasi fede o nessuna fede, dal quale discende che la fede non può essere trasmessa dalla famiglia né imposta dallo stato o da una chiesa.

 

Libertà di coscienza: il principio che riconosce ad ognuno la libertà di scegliere secondo la propria coscienza, senza coercizioni o imposizioni esterne.

 

Rapporto fra i Riformatori e l’eresia.

Agli inizi della Riforma, Lutero pensava che “L’eresia non può essere repressa con la forza. Il problema deve essere affrontato in qualche altro modo, perché l’eresia non va trattata con la spada. [ … ] Qui serve solo la parola di Dio, come dice Paolo nella II lettera ai Corinzi  ( 10:4-5)” ( Lutero, L’autorità secolare, fino a che punto le si debba ubbidienza, 1523 )

Poi, le atrocità della rivolta dei contadini del 1525 lo portarono a modificare nell’infelice scritto Contro le empie e scellerate bande dei contadini la sua posizione iniziale, ad affermare che l’uguaglianza religiosa non è uguale all’uguaglianza politica e a fare appello all’autorità temporale per reprimere la rivolta.

Mentre Lutero e Melantone arrivarono a giustificare la pena di morte per gli anabattisti che rifiutavano di abiurare, il riformatore luterano di Schwabisch Hall, Johannes Brenz affermò che i crimini di natura spirituale andavano trattati con la spada spirituale, cioè la Scrittura ( An magistratus iure possit occidere anabaptistas, 1528 ).

Anche Calvino sostenne la necessità di usare la coercizione nei confronti di chi non si conformava volontariamente alla fede cristiana ortodossa, usando passi biblici come il “costringili a entrare” ( compelle intrare ) della parabola del banchetto ( Lc. 14:15-25), un testo già usato da agostino ( Ep. 95 e 183 ), seppure in un preciso contesto storico, e da Tommaso D’Acquino per giustificare la liceità dell’uso della forza per riportare gli eretici alla fede ortodossa. Per Calvino, lo scopo della coercizione non era la conversione, come per Agostino, ma “difendere l’onore di Dio facendo tacere quelli che infangano il suo santo nome” ( R.H. Bainton, Vita e morte di Michele Serveto, 1511-1553, pag. 170 ).

 

Calvino e altri riformatori consideravano l’eresia come una forma di blasfemia e, facendo riferimento a passi dell’Antico Testamento che prevedevano la pena di morte per i blasfemi ( come Lev. 24:16 “chi bestemmia il nome del SIGNORE dovrà essere messo a morte” ), erano a favore della pena di morte per gli eretici.

 

 

Movimenti della Riforma radicale e Dissenso inglese.

Il riconoscimento della libertà religiosa e di coscienza e la valorizzazione del pluralismo, che sono a fondamento di una convivenza civile rispettosa della diversità e impegnata per la difesa dei diritti umani, devono molto alla coraggiosa testimonianza dei movimenti della Riforma radicale e del Dissenso inglese.

Furono gli anabattisti e altri dissidenti a chiedere alle autorità politiche di astenersi da ogni ingerenza nelle questioni della fede e dell’organizzazione della chiesa e a difendere strenuamente il diritto al dissenso e alla libertà di scelta in campo religioso.

Il riformatore anabattista Balthasar Hubmaier (1480-1528) affermò che i veri eretici erano gli inquisitori:

 

L’articolo 13 dell’Unione di Utrecht del 1579, il documento costituzionale fondamentale della Repubblica olandese, sancì il principio della libertà religiosa ( “ogni individuo deve essere libero nella propria religione e nessuno deve essere perseguitato o inquisito per questione religiose”)

 

 

 

libertà religiosa e di coscienza

Gli argomenti a favore della tolleranza e della libertà religiosa e di coscienza avevano trovato una sistematizzazione nell’opera del mennonita olandese Pieter Jansz Twisck (1565-1636), Libertà di religione (Religions Vryheyt, 1609), dalla quale trassero ispirazione i primi esponenti del battismo come John Smyth, Thomas Helwys, John Murton e Leonard Busher, che erano stati in contatto con i mennoniti durante la loro permanenza in Olanda. La loro difesa della libertà religiosa e di coscienza era collegata al rifiuto della teoria delle due spade, allora largamente accettata e condivisa anche dai luterani e dai riformati, secondo la quale la spada impugnata dall’autorità civile e quella impugnata dall’autorità religiosa devono agire insieme per reprimere l’eresia, cioè le opinioni non conformi all’insegnamento della Chiesa

I primi battisti negarono che la spada secolare avesse autorità nel campo religioso.

Secondo Helwys, l’autorità e il potere del re erano limitati agli affari civili e che ogni tentativo di legiferare oltre questi limiti invadeva il campo d’azione di Dio:

 

Helwys non si rivolse al re per salvaguardare i diritti individuali ma per invitarlo a riconoscere la sovranità di Dio nel chiamare tutti alla fede.

 

La richiesta di libertà religiosa dei battisti era motivata dalla preoccupazione per la salvezza di coloro che non facevano ancora parte del popolo di Dio.

Usando la parabola del grano e della zizzania ( Mt 13:24-30), affermavano che Cristo aveva sospeso il giudizio fino alla “fine di questo mondo” ( Mt 13:40), permettendo ai buoni e ai cattivi di crescere insieme.

Come scriveva John Murton, che fece parte con Smith e Helwys della prima comunità battista di Amsterdam, “coloro che ora sono zizzania potrebbero diventare grano [ … ]. Alcuni arrivano soltanto all’undicesima ora: se coloro che arrivano soltanto all’ultima ora dovrebbero essere distrutti, perché non sono arrivati alla prima, allora dovrebbe essere impedito loro di venire” ( Murton, An Humble Supplication to the King’s Majesty, 1620 ).

 

La concezione originale battista della libertà religiosa, incentrata non sulla libertà umana individuale ma sulla libertà divina, fu poi sostituita, per l’influenza delle idee illuministe sui diritti naturali dell’uomo, da una concezione fondata sulla libertà individuale: ognuno ha il diritto di scegliere in cosa credere o non credere senza coercizione da parte di qualsivoglia autorità.

Questa posizione è ben rappresentata da John Locke ( 1632 – 1704 ) nella Lettera sulla tolleranza ( 1689 ), in cui il filosofo inglese ripropose la concezione battista sulla non competenza del governo civile in questioni spirituali: “la cura delle anime non è affidata ai magistrati civili più che ad altri uomini”; cioè, la “cura delle anime” non riguarda l’autorità civile né alcun altro, inclusa la Chiesa. Questa concezione radicalmente individualistica della fede cristiana portò Locke a definire la Chiesa “una libera società di uomini, che si uniscono volontariamente per adorare pubblicamente Dio”.