La pace è il futuro

Non c'è pace senza dialogo, giustizia, riconciliazione

( dal sito della chiesa valdese di Milano)

 

Le religioni dicono oggi con più forza di ieri: non c’è guerra santa; l’eliminazione dell’altro in nome di Dio è sempre blasfema. L’eliminazione dell’altro, usando il nome di Dio, è solo orrore e terrore. Accecati dall’odio, ci si allontana in questo modo dalla religione pura e si distrugge quella religione che si dice di difendere”.

Questa è la dichiarazione solenne sottoscritta nell’Appello di pace il 9 settembre scorso da oltre 300 leader di varie religioni e paesi di tutti i continenti del mondo convocati ad Anversa (Belgio) dal movimento ecclesiale cattolico Comunità di Sant’Egidio per il 28° incontro di "uomini e religioni".

Un incontro attraversato dalle tensioni di questi ultimi mesi nel cuore dell’Europa – in Ucraina – e nella sua immediata periferia – Iraq, Siria, Libia, Gaza – oltre che in una miriade di guerre “locali”, spesso feroci e che considerano come nemico anche le popolazioni inermi. Per non parlare di quelle situazioni malamente “pacificate” che vedono covare sotto le ceneri la brace delle prossime violenze. Difficile non condividere l’immagine di “terza guerra mondiale, ma a pezzetti” utilizzata recentemente da papa Francesco.

 

L’incontro di Anversa è avvenuto nel ricordo dei cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale che vide la nascita e l’utilizzo della prima arma di distruzione di massa: l’iprite, il gas che prese il nome dalla cittadina belga IPRES che l’esercito tedesco utilizzo come test, segno di una ferocia crescente della guerra, che ebbe nella seconda guerra mondiale ulteriore sviluppo. 

 

Ma è avvenuto anche nel ricordo di una generazione di politici e intellettuali europei che, dopo la catastrofe delle due grandi guerre, seppero rendere concreto un pensiero politico audace: quello della cooperazione, prima, e dell’unione poi, di popoli e nazioni che per troppo tempo si erano scontrate fino allo sfinimento. La solidità del tessuto culturale e democratico delle società civili europee sono state la base che hanno reso possibile ricostruire grandi città dove c’erano solo le macerie della guerra, ponti dove c’erano i muri che dividevano il mondo in aree d’influenza, riconciliazione dove c’erano anche le ferite e l’odio per il male subito.

Oggi, però, molti pensano che si sia conclusa la spinta propulsiva di quella generazione e di quel pensiero politico audace. Lo dimostrerebbero la disgregazione dell’ideale europeo nei paesi dell’Unione, la ripresa di politiche di difesa nazionale di fronte alla crisi economica comune, le divisioni su base etnica nei Balcani e nei paesi al confine con la Russia. Nonostante tutto, il progetto europeista – frutto della peculiare e sofferta storia di questo continente – resta l’unico capace di contrastare nazionalismi miopi e conflitti violenti. Almeno a casa nostra.

Altrove, anche ai confini dell’Europa, bisogna cambiare paradigma: l’illusione dell’Occidente di sostenere nel Nord Africa o nel Medio Oriente “guerre di liberazione” o “primavere arabe” prendendo a modello quanto accaduto in Europa contro le dittature fasciste e nazista ha portato, in molti casi, alla polverizzazione di società dalla democrazia troppo fragile, lasciandole alla mercé di gruppi armati che si basano sullo sterminio e il terrore. Bisogna invece, adoperarsi di più nella ricerca di compromessi equi, che puntino alla convivenza e non alla separazione, e che facilitino una crescita civile ed economica diffusa.

Tre sono le parole che di più si sono sentite nell’incontro di Anversa.

 

La prima è che bisogna avere più fiducia nel dialogo: “Il dialogo è la medicina dei conflitti, cura le ferite, rende possibile il futuro”, hanno scritto i 300 leader religiosi nel loro Appello di pace di Anversa.

 

La seconda parola è giustizia, una parola che è nel cuore delle Scritture bibliche. Se vogliamo essere attori e testimoni di pace non possiamo dimenticare che essa è sorella gemella e indivisibile della giustizia. E in un mondo pieno di ingiustizie è difficile che ci possa essere la pace.

 

La terza parola è riconciliazione. Forse è la parola più difficile perché richiede un’eccezionale forza della mente e del cuore. Ma che cosa è la pace se resta armata? Se viene mantenuta con i muri e i reticolati? Che cosa è la pace se non sa generare un sentimento nuovo nei confronti del nemico?

“Quando non si riesce a immaginare le vie della pace restano solo le macerie e l’odio. Occorre avere l’audacia di pensare la pace, perché o il futuro è la pace o non c’è più futuro, sia per chi vince sia per chi perde”.

 

(past. Eugenio Bernardini)

( 140923 )