L'impegno della Chiesa Valdese di Palermo contro la mafia

dopo la strage di Ciaculli

 

Nel 1963, dopo la strage di Ciaculli, il pastore valdese Pietro Valdo Panascia prese posizione contro Cosa Nostra: "Speravo di aprire - commentò poi - un dialogo tra i cristiani per fare qualcosa contro la mafia..."

 

Il past. Pietro Valdo Panascia
Il past. Pietro Valdo Panascia

La strage di Ciaculli del 30 giugno 1963 sconvolse l’opinione pubblica siciliana e nazionale.

A Palermo, dilaniati da una Giulietta al tritolo, a pochi passi dall’abitazione del boss mafioso Salvatore “Totò” Greco icchiteddu”, avevano perso la vita Mauro Malausa, tenente dei carabinieri, Silvio Corrao, maresciallo di polizia, Calogero Vaccaro, maresciallo dei
carabinieri, Marino Fardella, carabiniere, Eugenio Altomare,  carabiniere, Pasquale Nuccio, maresciallo artificiere, e Giorgio Ciacci, soldato artificiere, mentre altri militari dell'Arma riportavano gravissime ferite.

La macchina era stata imbottita di tritolo, mediante un ordigno innescato con la tecnica nuova della doppia carica: una effettiva e l'altra apparente. La prima carica, facilmente individuabile, doveva servire a trarre in inganno Salvatore Greco “Cicchiteddu”, la seconda ad ucciderlo.

Una tecnica feroce e micidiale, che provocò orrore tra la gente comune e costrinse lo Stato a darsi una mossa. La mafia si presentava inequivocabilmente con le mani grondanti del sangue innocente di
esponenti delle forze dell’ordine.

 

Davanti a tanto orrore, la Chiesa cattolica palermitana, guidata dal cardinale Ernesto Ruffini, non seppe o non volle reagire.

A farlo, invece, fu la piccola Chiesa Valdese di Palermo, guidata dal pastore Pietro Valdo Panascia. Appena una settimana dopo, infatti, il 7 luglio 1963, le strade di Palermo furono tappezzate da un manifesto intitolato «Iniziativa per il rispetto della vita umana».

 

Ma la Chiesa palermitana e il cardinale Ruffini snobbarono l’iniziativa, che considerarono «un ridicolo tentativo di speculazione protestante». «Nemmeno il cardinale mi ha risposto – avrebbe detto, amareggiato, qualche anno dopo il pastore Panascia – Chiedevo accoratamente di aprire un dialogo, di unirci, come cristiani, per fare qualcosa contro la mafia: tutti si occupano di mafia, politici e giornalisti, sindacalisti e sociologi. Tutti, fuorché i cristiani…».

In quell’estate del 1963, chi non snobbò affatto l’iniziativa contro la mafia del pastore Panascia e della Chiesa Valdese di Palermo fu Paolo VI. Il quale scrisse una lettera al cardinale Ernesto Ruffini, ricordandogli il «manifesto per deplorare i recenti attentati dinamitardi che hanno provocato numerose vittime fra la popolazione civile», pubblicato dalla Chiesa Evangelica Valdese.

«Nel segnalare detta iniziativa all’attenzione dell’Eminenza Vostra – proseguiva la lettera – mi permetto sottoporre al Suo prudente giudizio di vedere se non sia il caso che anche da parte ecclesiastica sia promossa un’azione positiva e sistematica, con i mezzi che le sono propri – d’istruzione, di persuasione, di deplorazione, di riforma morale – per dissociare la mentalità della così detta “mafia” da quella religiosa e per confortare questa ad una più coerente osservanza dei principi cristiani…».

 

La risposta del cardinale Ruffini alla lettera vaticana fu molto risentita. «Conoscevo già il manifesto pubblicato dal Pastore valdese: iniziativa molto facile, che ha lasciato il tempo di prima! – scrisse Ruffini l’11 agosto 1963 - Mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della così detta mafia sia associata a quella religiosa. E’ una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dell’Isola di Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia…». La Chiesa palermitana, secondo il cardinale, non aveva nulla da rimproverarsi, non si sentiva chiamata in causa  perché a posto con la coscienza; e soprattutto non aveva nulla da imparare dai pastori protestanti.

 

L'anno successivo, in occasione della Pasqua, l'arcivescovo avrebbe scritto la nota lettera pastorale, intitolata “Il vero volto della Sicilia”, dove affermava che la mafia esisteva, sì, ma si trattava solo di delinquenza comune alimentata da «giovinastri disoccupati».
«Il prelato metteva così la mafia a carico dei poveri – sottolinea padre Nino Fasullo, direttore della rivista “Segno” - sollevando "il salotto buono" da ogni sospetto, da ogni e qualsiasi responsabilità». 

I contenuti della lettera pastorale “Il vero volto della Sicilia” del 27 marzo 1964, che il cardinale Ruffini aveva indirizzato al clero, ai fedeli e a tutti i siciliani, suscitarono un vespaio di polemiche. Insieme alla difesa acritica della Sicilia e della sua classe dirigente, essa conteneva un attacco a Danilo Dolci e al romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, indicati come i responsabili della “cattiva fama” della Sicilia nel mondo.

 

Una tesi che il pastore Pietro Valdo Panascia contrastò con garbata fermezza, in un opuscolo pubblicato dal giornale “L’Ora” del 9-10 aprile 1964. «Il problema – scrisse Panascia – sta nello stabilire se il male c’è o non c’è..., prima di gridare all’untore… Ora che il male ci sia e che lo vedano anche gli stranieri… è fuori dubbio. (…) Giova al rinnovamento morale, spirituale e sociale del nostro popolo cullarlo nella facile retorica di una esaltazione che confonde le idee e lo lascia in una inferiorità umiliante da cui invece dovremmo con ogni mezzo aiutarlo ad uscire, anche a  costo di essere fraintesi, malvisti, odiati dai benpensanti e da quanti hanno una vita facile e comoda?». E il cardinale, il 10 aprile, rispose al pastore in forma privata, riconoscendogli «onesta e amore della giustizia», ma difendendo il senso del suo intervento.

 

 

(130702)