Morire dignitosamente

Sergio Manna (*)

Da Riforma n. 21 del 2013

 

 

L'autore ritiene che il ricorso all'eutanasia possa essere accettabile solo in quei casi ( limite) nei quali non siano più efficaci le cure palliative.

Rispetto alle proposte in gestazione sulla liceità dell'eutanasia esprime delle riserve sul concetto di autodeterminazione del malato affetto da una patologia inguaribile : ci può essere libertà e autonomia decisionale in un malato sottoposto a insufficienti cure antidolore ?

Nel contesto italiano la liceità dell'eutanasia non può essere allora coerente con una politica che riduce sempre più i costi della sanità?

il pastore valdese Sergio Manna
il pastore valdese Sergio Manna

 

Quando leggo i sondaggi che affermano che la grande maggioranza dei cittadini italiani sarebbe a favore dell’eutanasia non posso non domandarmi quanto siano veramente informati gli intervistati riguardo a questo tema: se conoscano la differenza tra eutanasia e suicidio assistito, se sappiano che esiste una legge (1 ), purtroppo spesso disattesa, che garantisce il diritto alla buona morte mediante le cure palliative e che esiste, nell’ambito delle cure palliative, la possibilità (legale) della sedazione terminale, che è cosa ben diversa dall’eutanasia. Il dubbio è legittimo quando si riflette sul fatto che perfino chi si occupa per mestiere di informazione sembra avere le idee piuttosto confuse in materia. (4 )

 

 

Date queste premesse, vorrei fare alcune considerazioni che nascono dalla mia prassi pastorale (5)

Ebbene, la mia impressione è che le persone il cui dolore sia efficacemente trattato mediante l’uso di analgesici e che vengano adeguatamente accompagnate e sostenute dal punto di vista psicologico, spirituale ed emotivo non arrivino, generalmente, a formulare la richiesta di eutanasia; ancor meno quelle che vengono curate in strutture hospice o che si avvalgono dell’assistenza domiciliare da parte di una buona équipe di cure palliative. Il problema principale, a mio avviso, non è la possibilità o meno di legalizzare l’eutanasia, quanto la possibilità di morire dignitosamente.

 

Nella maggioranza dei casi una morte dignitosa sarebbe possibile semplicemente se la legge n. 38 del 2010 venisse concretamente attuata, anche mediante un innalzamento della spesa media procapite annua dei principali farmaci oppioidi (2 ). Sono convinto che questo ridurrebbe al minimo le richieste di eutanasia e su questo fronte (quello di una adeguata allocazione delle risorse per la terapia del dolore e per le cure palliative) mi piacerebbe che le nostre chiese si mobilitassero, aprendo un dibattito pubblico e dando battaglia. È vero, tuttavia, che esistono situazioni in cui effettivamente neppure la morfina riesce a placare il dolore (le metastasi ossee di alcuni tumori e altre patologie, non necessariamente oncologiche, che comportano però sofferenze acute e non facilmente lenibili (3) ed è per casi come quelli che la questione della liceità dell’eutanasia, si pone. Si tratta però di casi limite, rispetto ai quali la richiesta di eutanasia, in quanto ultima ratio, dovrebbe essere accolta.

Non mi pare, però, che la proposta di "legge di iniziativa popolare su: Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia", menzionata dal prof. Ermanno Genre nel suo articolo ( Riforma n. 19 /2013 , p. 1), si limiti a queste situazioni. A parte il fatto che ritengo sia necessario tenere distinti il discorso sul testamento biologico e quello sull’eutanasia, penso che la proposta in questione, nei suoi scarni quattro articoli, sia semplicisticamente incentrata sulla libera autodeterminazione del soggetto. (.. )

A questo proposito ( …) vorrei porre una domanda provocatoria: Quanta libera autodeterminazione può esserci in un malato inguaribile il cui dolore acuto non è stato efficacemente trattato (pur essendo trattabile) e che in una fase di depressione arrivi a formulare la sua richiesta di farla finita?

 

Ma anche laddove vi sia una reale possibilità di scegliere autonomamente e liberamente, ci sarebbe da chiedersi se, da un punto di vista teologico, sia davvero sostenibile l’autodeterminazione del soggetto quale criterio fondamentale per giustificare una legge sull’eutanasia e la sua messa in pratica.

 

 

L'esperienza olandese.

In Olanda, a esempio, dove una buona legge in materia esiste ed è applicata già dal 2002, si sono moltiplicati i casi di persone che chiedevano precocemente l’eutanasia (ben prima che i sintomi più dolorosi di una malattia facessero la loro comparsa) semplicemente perché, avendo avuto una vita sana e felice fino all’avvento della malattia, non sopportavano l’idea di fare spazio, da un momento all’altro, alla sofferenza. È questa l’autodeterminazione di cui dovremmo farci paladini?

 

 

 

Conclusione. ( … ) vorrei lanciare un’ultima provocazione chiedendo se una legge sull’eutanasia, in un contesto italiano in cui si tende già a tagliare massicciamente i fondi per la sanità, non rischi di tradursi, nonostante le buone intenzioni dei suoi propositori, in una più che discutibile soluzione al problema dell’allocazione di risorse per il trattamento e la cura del dolore acuto dei malati inguaribili.

 

(*)membro della Commissione Bioetica nominata dalla Tavola valdese, scrive qui a titolo personale

Attualmente pastore della chiesa valdese di Pomaretto (TO)

 

( 1 ) Legge 15 marzo 2010, n. 38 “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 65 del 19 marzo 2010.

 

( 2 ) L’oncologo Roberto Labianca ricordava tempo fa, proprio sulle pagine di questo giornale, come l’Italia fosse agli ultimi posti in Europa quanto ad allocazione di risorse economiche volte a questo scopo (0,52 euro contro i 7,25 della Germania).

 

( 3 ) Oltre al dolore vi sono anche altri sintomi e disagi che, in determinate situazioni, possono risultare altrettanto insopportabili (tosse continua, nausea, vomito, dispnea con senso di soffocamento e fame d’aria) e che, se non controllati (o non controllabili), possono diventare per i pazienti motivi non futili per chiedere l’eutanasia, il suicidio assistito o la sedazione terminale.

 

(4) Alcuni mesi fa varie testate giornalistiche italiane, e tra queste La Stampa, trattando di un documento elaborato dall’Associazione dei medici francesi, avevano parlato di un’apertura della Francia all’eutanasia quando invece ciò a cui ci si stava aprendo era la possibilità della sedazione terminale, cioè quella situazione in cui, a fronte di dolori insopportabili, viene soppresso mediante farmaci lo stato di coscienza di un paziente (non il paziente stesso) la cui vita non viene affatto interrotta o abbreviata dal coma indotto.

 

(5) . Mi è capitato di accompagnare spesso delle persone nella fase terminale della loro esistenza, sia in passato, come cappellano clinico in servizio presso strutture ospedaliere, sia recentemente, come pastore di una numerosa chiesa delle valli valdesi.

 

 

 

(130530)