IMU - decreto in ritardo la Chiesa non paga

 

di Barbara Ardù e Valentina Conte

in “la Repubblica” del 5 settembre 2012

 

La tanto invocata - per ragioni di equità, ma anche per evitare la procedura d'infrazione dell'Unione europea per aiuti di Stato -estensione dell'Imu alla Chiesa Cattolica rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. Il decreto del ministero dell'Economia, atteso per la fine di maggio, ancora non esiste. E senza, dal primo gennaio 2013, la Chiesa continuerà a non pagare l'Imu. Così partiti, sindacati, fondazioni, associazioni. Una beffa.

 

Al Ministero dell'Economia precisano «Nessuna proroga all'imposta, il decreto arriverà a breve e poi dovrà passare l'esame del Consiglio di Stato, «Il ritardo si deve all'esame complesso della materia», spiegano. «Ma questo non pregiudica la corretta applicazione della norma, anche perché la scadenza della prima rata è il 16 giugno 2013».

 

Vero, però in base all'articolo 91 bis del Cresci-Italia, aggiunto con un emendamento firmato da Monti in persona e presentato dal premier in Senato lo scorso 27 febbraio,l'esenzione all'Imu «si applica in proporzione all'utilizzazione non commerciale dell'immobile quale risulta da apposita dichiarazione». Dichiarazione da presentare entro il 2012 per pagare nel 2013, in base al modello disposto dal decreto del ministero. Che ancora non c'è.

 

La Chiesa Cattolica - e gli altri enti - non devono alcuna Imu sugli edifici o loro porzioni nei quali si svolge attività no profit, che non dà lucro, come il culto o il volontariato. Mentre «alla frazione di unità» in cui si fanno utili si applicano le regole valide per tutti gli altri proprietari.

Il punto è proprio questo. Un bar in parrocchia deve essere accatastato ex novo. Senza bisogno di decreto.

Ma per tutte le superfici meno individuabili (la maggior parte) si procede in base a «un rapporto proporzionale» (il 10% commerciale, il resto no, ad esempio), secondo le modalità del regolamento "fantasma". Il decreto, tra l'altro, dovrebbe precisare anche tutti i casi in cui escludere scuole e ospedali cattolici (ma anche altri enti) dall'Imu, come anticipato da Monti a febbraio.

Esentati solo se non iscrivono utili a bilancio.

Il gettito stimato (Anci) da questa porzione di Imu è pari a 600 milioni. Cifra sempre contestata dalla Cei (vescovi).

 

Scuola - In Italia ci sono oltre 8000 istituti dove si pagano rette fino a 7mila euro.

Sono oltre ottomila le scuole paritarie o private gestite da religiosi. Asili e materne, scuole medie e

anche licei, alcuni molto prestigiosi. Un patrimonio sconfinato, vicino al miliardo di metri quadrati,

per un valore approssimativo di 1.200 miliardi di euro.

Come le scuole pubbliche non hanno mai pagato l'Ici, nonostante per frequentarle sia richiesta una retta, che spesso è piuttosto elevata. Per studiare nei licei più quotati si può spendere oltre 7mila euro per anno scolastico. Il testo del governo prevede che per ottenere l'esenzione dalla tassa sugli immobili gli istituti paritari debbano svolgere un'attività esclusivamente didattica. Non solo. Gli eventuali profitti derivanti dalle rette vanno reinvestiti nell'attività didattica.

 

Sanità - La norma prevede lo stop all'esenzione per circa 2000 case di cura e cliniche. Una cappella e le case di cura e le cliniche private gestite da religiosi sono state sempre esenti dal pagamento della tassa sugli immobili.

Un altare e un inginocchiatoio sono sufficienti a definire non totalmente commerciale un'attività dove in realtà quella prevalente è la cura o la riabilitazione, non la preghiera. Molte sono strutture di lusso, dove la degenza si paga a caro prezzo. Ce ne sono circa 2.000 in Italia e nella maggioranza dei casi, avvalendosi del decreto 223/2006 Visco-Bersani, non hanno mai versato nessuna imposta nelle casse dell'erario.

Alcune, come il Centro Don Orione di Roma, sono in causa con il Comune, proprio perché la riabilitazione che viene effettuata è a pagamento.

Rimangono invece esenti gli ospedali religiosi accreditati con il Servizio sanitario nazionale.

 

Onlus - Bar e negozi nei santuari e negli oratori ma anche nelle sedi di partiti e sindacati.

Nel decreto Cresci-Italia anche le Onlus, le sedi dei partiti politici e dei sindacati, che ospitano bar o negozi, finiscono nel mirino della tassa sugli immobili.

Nel testo Palazzo Chigi non fa infatti mai riferimento alla Chiesa, ma solo al tipo di attività che viene svolto.

Dunque se c'è un'attività commerciale, che essa si trovi in un oratorio (dove spesso c'è un bar) o in un santuario, (dove abbondano i negozi che vendono immagini e oggetti religiosi), arriva la tassa sull'Imu.

Ciò che vale per la Chiesa vale dunque anche per organizzazioni no profit, partiti, sindacati, associazioni. In sostanza l'esenzione dalla tassa sugli immobili dovrebbe essere prevista solo per quei locali nei quali si svolgono «in modo esclusivo» attività non lucrative. Dove non c'è business dunque niente tassa. Ma basta una cassa per far scattare l'aliquota.

 

Alberghi - Alberghi e hotel nelle strutture religiose un fenomeno esploso con il Giubileo Conventi, monasteri e case di suore, si sono trasformate nel tempo da luoghi di accoglienza dei pellegrini in viaggio, in alberghi o pensioni, a volte a prezzi concorrenziali, altre volte in veri alberghi di lusso. Spesso partono come piccole pensioni a costi modici, per poi allargarsi approdando anche nelle pagine delle guide turistiche.

C'è chi ne approfitta per un ritiro spirituale,chi porta in vacanza la famiglia a prezzi stracciati, molte le scuole che si appoggiano a conventi e case di religiosi per le gite di fine anno. Un fenomeno che riguarda soprattutto il Centro-Italia, conRoma, che grazie al Giubileo del 2000, ha visto aumentare l'offerta di camere a pagamento nelle strutture religiose. E come per gli istituti paritari e le cliniche fino a oggi è bastato un altare a schivare il pagamento dell'imposta sugli immobili.

 

Collegi - Pensioni per studenti mascherate da conventi saranno tassate anche se c'è una cappella Non basterà più l'attività non commerciale «prevalente» per esentare gli immobili posseduti e gestiti enti ecclesiastici dall'Imu. L'attività, in base alla nuova legge, dovrà essere «esclusivamente non commerciale». Di conseguenza, ostelli, case per ferie o di studio, collegi gestiti da frati, suore, ordini religiosi vari, che fino a oggi sono riusciti a dribblare l'imposta solo grazie, magari, alla presenza di una cappellina sul piano, dovranno abituarsi all'idea che l'Imu vale anche per loro (ma alcuni la pagavano già).

Un censimento ufficiale di queste strutture religiose non esiste. Molte sono concentrate a Roma, come ovvio. Città in cui il mancato gettito della vecchia Ici, riferito a strutture che sembrano ostelli ma che spesso si rivelano hotel di discreto livello, sarebbe pari a 25,5 milioni di euro.

 

(120905)